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sabato 18 ottobre 2014

Il mio modo di vivere le cose difficili

Questa settimana sono iniziati i tirocini. 
Sono stata nel reparto di psichiatria.
Mi sono sentita profondamente a disagio. Non volevo essere là. Mi sono sentita inadeguata. 
Con il passare dei giorni è stato più semplice muoversi ma sempre difficile interloquire con i pazienti. La stessa sensazione l'ho provata circa un anno fa alla mia prima esperienza di clown therapy al reparto di neuropsichiatria infantile. Una sensazione. Non sapere cosa dire, non sapere come rispondere. Dirò la cosa giusta? 
Mentre facevo tutti questi pensieri nella strada verso casa, superavo il portone invece di fermarmi, mentre contavo i passi che c'erano tra la vecchia e la nuova. Così sono tornata indietro e ho salito tutte le scale sentendomi un po' scema. 
Ogni giorno dopo il tirocinio mi aspettano ben 6 ore di lezione. Spero di finire presto con questi tirocini almeno la mattina posso organizzarmi e studiare. Una di queste materie è psichiatria, faccio fatica a volte a seguire, mi sembra che si parli di tutto e di niente, Freud, Jung, un po' mi catapultano tra i banchi di scuola, un po' mi inquietano. Beh si è capito che sta psichiatria non mi garba per nulla. 

Per fortuna c'è il mio reparto dove posso andare, dove ci sono ferri e si sferruzza, dove ci sono le siringhe coi farmaci, dove le persone si visitano, si toccano con le mani e dove le parole servono solo per tranquillizzare. Dove le persone si addormentano ed è tutto più semplice, le parole servono da contorno, un contorno importantissimo, ma non tanto quanto le parole dello psichiatra che le usa per curare come arma a volte principale. 
Non mi spaventa il confronto, sono praticamente sempre nella saletta quando termina la sedazione, io stessa somministro il farmaco antidoto, quindi a gratis mi becco spesso tante parole dolci perché i mal capitati (soprattutto vecchine che prima di fare l'esame erano preoccupatissime), si svegliano vedendo la mia faccia e - non so bene perché - sono anche contenti. Contenti che è andato tutto bene. Il più delle volte non dico nessuna parola, solo un sorriso. E' facile. Rassicurare è facile. Per uno studente fondamentalmente è tutto facile.

Un giorno un signore ha avuto un arresto cardiaco, o qualcosa di simile. Sono arrivati una troupe di anestesisti che hanno letteralmente occupato la saletta. C'erano i loro zainetti ovunque, il più "esperto" di tutti ha iniziato a chiedere insistentemente di mettere della musica. Credo di averlo odiato anche perché mi ha urlato qualcosa contro perché non gli funzionava l'aspirazione. Non c'era niente da ballare o cantare anche perché nonostante quest'uomo fosse stato rianimato, non era messo bene, ed è stato trasportato in terapia intensiva dove la situazione stava peggiorando progressivamente. Gli specializzandi invece erano sicuramente più confusi e incerti sul da farsi, ma molto più delicati, penso che una delle caratteristiche più importanti per un medico sia la delicatezza. Una di queste giovani dottoresse è riuscita a prendere un accesso venoso nonostante in pronto soccorso avessero fallito a farlo. Quel giorno sono rimasta in un angolo con le orecchie ben spalancate per intervenire se qualcuno non trovava le garze o il cerotto. Con gli occhi spalancati guardando come erano bravi tutti intorno a me.
Gli specializzandi di anestesia hanno un ruolo particolare nella mia vita da studente, la prima volta che mi sono lavata per entrare in sala è stato uno specializzando di anestesia a guidarmi passo passo. Io non sapevo cosa fare. Una delle tante volte in cui non sapevo cosa fare.


Ho proprio voglia di imparare a saper fare, tanto che a volte mi sento completamente a mio agio.
Gli anestesisti sono quei medici che sanno sempre cosa fare. 
Anche i chirurghi.
Gli psichiatri invece, sanno sempre cosa dire. 
Io proprio no.

venerdì 8 novembre 2013

Il mio faticoso respiro


Respirare l'ombra
Foglie di tè
Giuseppe Penone - Versailles
Da quando ne ho coscienza e conoscenza, sono sempre stata fiera del mio autocontrollo. Sempre pronto a intervenire nei momenti di maggiore debolezza, capace di abbandonarmi con grazia nei momenti di maggiore tenerezza.
Messo a dura prova direi, il mio autocontrollo; parole più corrette sono: sforzato, sfinito, steso a terra. Un solo giorno al reparto di pneumologia ha aperto una fenditura, che dico!, uno squarcio nella mente, un finestra di riflessione sull'umanità, sulle cose della vita, sulle cose della morte. 
Un velo di tristezza si è impadronita di me e a fatica. Dico a fatica perché è un bel periodo della mia vita, ricco di esperienze, di gioie, di incontri, di abbracci, di parole, di progetti per il futuro, così bello che credevo fosse difficile essere tristi. Poi incontri il signor Tal dei Tali che non sa di avere un tumore. Non sa che è pure bello grande. Non sa che il medico aspetta solo la biopsia per comunicarglielo, e questa biopsia non serve farla nemmeno al polmone, perché il tumore non si è fermato li. Prosegue, scava gli organi, crea bersagli. 
Lui non lo sa. 
Anzi da quando è ricoverato si sente pure meglio. Io lo guardo in faccia ma non posso sostenere il suo sguardo. Quasi esco dalla stanza e me ne fotto di ogni cosa. Il medico gli fa un sorriso, una pacca sulla spalla, un gesto affettuoso sulla guancia. 
Ma lui ancora non lo sa. 
Ho avuto difficoltà a capire come gestire questa cosa, non è il primo ammalato che vedo, non sarà l'ultimo. Non è il primo fumatore con un tumore al polmone, purtroppo non sarà nemmeno l'ultimo. 
Si perché fumare fa venire il tumore al polmone, che poi passa al fegato e cervello, che invade le pleure, le ossa, che insomma poi a 50 anni muori e nemmeno lo sai. E hai pagato per questo. Hai pagato un sacco di soldi a settimana per comprarti questo tumore. 
Il reparto di pneumologia si potrebbe chiamare pneumoncologia per quel che mi riguarda.
E a me manca il respiro, manca il respiro perché passeranno altri 5 giorni almeno, prima che il signor Tal dei Tali ne saprà qualcosa. Perché io proprio non ce la faccio a uscire dalla stanza e parlare e scherzare di altro, finché sono là dentro non posso che trattenere le lacrime. Eccoti qua autocontrollo! Funzioni anche oggi ma che mi resta? Che mi resta di tutta questa tensione accumulata?
E come faccio poi ad andare a casa, festeggiare la mia amica, trascorrere la giornata? Boh, ho una sola arma con me: la distrazione. E anche un'altra: non dovrò tornare più là. Solo un'altro paio di volte ma poi basta. 
La cosa che proprio non capisco è come si può vivere in questi casi la quotidianità. Il giorno prima un uomo sta bene, un giorno dopo comincia un calvario infinito. Questo giorno me lo immagino come l'arrivo di un macigno che piomba nell'anima improvvisamente. Sto bene. Sto male. Sono vivo. Sono morto. Sono tranquillo. Sono agitato. Vado a lavoro. Sono coricato in un letto di ospedale. 
Io mi sento custode di tutti questi stati d'animo perché lo so oggi com'è che stanno le cose, io lo so già e lui invece non sa nulla. Lui aspetta. A me manca il respiro. A lui manca il respiro.

Dedicato agli ammalati del reparto di pneumologia.


domenica 21 aprile 2013

Il mio camice bianco

A un certo punto è lunedì, metti un camice.
Entri alle 8 proprio come chi lavora, ma non si deve lavorare, si ascolta un mucchio di gente che ha da dirti ciò che sa, che insegna, e si guarda un sacco, solo a guardare impari un sacco di cose belle, ti piace e magari ausculti un torace. 
E' solo un tirocinio, quindi si parte da zero. 
Ti chiedono di fare un'anamnesi: come diavolo si farà mai un'anamnesi? Bisogna prima di tutto scegliere una espressione giusta per una dolce signora che ti guarda impaziente e un po' divertita perché ha già risposto a tutte quelle domande, ed è disposta a ripeterle per farti imparare. Grazie, grazie e spero che non debba tornare lì tanto frequentemente. 

Poi si devono scegliere le parole giuste, per farsi capire bene senza far preoccupare: non posso mica chiedere "minziona regolarmente?", diversi sinonimi mi frullano per la testa, e alla fine scelgo la formula più semplice: "Quante volte al giorno fa la pipì?", pipì è una delle prime parole che si impara da bambini, è così semplice! Pi-pì! E' pensino una parola bella da sentire! 

Alcune signore ti fanno delle domande ma non sanno che in realtà non sai bene nemmeno se sei entrato nel reparto giusto. In effetti che torto hanno: hai un camice, una penna nel taschino, nella tasca un fonendoscopio, non ti si può certo scambiare per un avvocato divorzista! 
- Pensa velocemente una risposta gentile!!! - "Ehm, aspetti un attimo che chiedo fuori!", per fortuna c'è sempre qualcuno che conosce le risposte che ti mancano.

Sono stata un po' impacciata, ma alla fine della settimana muoversi là dentro è stato più facile di quanto pensassi. 

E' stato bello! E' stato davvero bello!